In Grecia la parola scritta sui cartelli prima delle curve cieche è ΠΡΟΣΟΧΗ, attenzione. Nelle chiese dello stesso paese se ne incontra un’altra che le somiglia in modo quasi imbarazzante: προσευχή, preghiera. È difficile resistere all’ipotesi che pregare, in greco, significhi in fondo fare attenzione.
È un’ipotesi sbagliata, e per smentirla bisogna attraversare esattamente il territorio che la rende plausibile. Da lì si arriva ai tre imperativi più brevi e più impossibili del Nuovo Testamento, a un trattato del terzo secolo che comincia aprendo il dizionario e trova nella radice della parola «preghiera» un contratto, a mille anni di padri che hanno chiamato la propria disciplina «sobrietà», a un pellegrino russo che attraversa un impero per farsi spiegare un versetto.
E infine a una domanda che non si lascia chiudere: se un’attenzione senza destinatario sia ancora una preghiera — e se qualcuno, dall’interno o dall’esterno, possa dire la differenza.



